SINCERITÀ E FEDE, PREREQUISITI PER TEOLOGARE

Com’è possibile che qualcuno raggiunga un livello così grande di cecità da riuscire a fare giocolieri concettuali per difendere ciò che è indifendibile, e dal punto di vista della fede?

Dobbiamo capire che le passioni disordinate possono offuscare la comprensione in modo tale da non poter vedere la verità e, di conseguenza, aver bisogno di creare una “realtà supplementare” che serva da fondamento delle tue convinzioni.

La verità, infatti, richiede una condizione morale imprescindibile, senza la quale le sue richieste diventano insopportabili: la sincerità, che ci costringe a rettificare ogni volta che ci vediamo ingannati dalle nostre percezioni, cattivi giudizi o pratic alle quali siamo ferreamente affezionati.

L’uomo insincero non si adatta alla verità, ma adatta una “verità” alle sue comodità e inizia a cercare avidamente tutte le giustificazioni possibili per sostenerla. Quando non le trovi, devi sbarazzarti della tua stessa nozione di verità, per consegnarti allo scetticismo che ti renderà la vita più facile.

Nelle Scritture, questa ostinazione viene chiamata spietata. L’empio ama così tanto il suo errore che studia solo per trovarlo. Non cerca per trovare la verità, ma ha come unico obiettivo quello di abbracciare i suoi crimini senza rimorso. Incolpa la colpa, proibisce il divieto, abbellisce il brutale fino a trasfigurarlo attraverso un linguaggio poetico, per il quale mistifica il peccato fino a sollevarlo al livello delle virtù teologali.

Quando un empio si applica alla teologia, la trasforma in acilla peccati (schiava del peccato) e, in fondo, ciò è dovuto all’unico motivo per cui, disgraziatamente, si è preso la briga di teologare senza prima essersi convertito. La teologia non trasforma le capre in pecore, ma presta alle capre solo le argomentazioni necessarie per convincersi che le pecore non esistono.

D’altronde, qui risiede uno dei condizionamenti psicologici degli empi: in fondo credono che ogni apologia della virtù non sia altro che ipocrisia e che solo l’apologia del peccato sia autentica e verace. Da qui deriva la sua simpatia per tutto ciò che fa schifo e l’intolleranza assoluta a tutto ciò che è puro e santo: la virtù può anche essere ammessa, ma non la sua elevazione, il suo raffinamento, la sua santità. Questo è per loro come puritanesimo immangiabile, che devono esorcizzare come demoni di energumeni

La verità è che solo il Vangelo può rigenerare l’uomo ed è lui che produce la fede e, con essa, la forza della grazia che muove il peccatore dal suo impacco nella fogna morale verso la pratica della virtù. Quello di cui questi signori hanno bisogno non è la teologia. Devono convertirsi a Gesù Cristo, hanno bisogno di ricevere l’ama, pentirsi dei loro peccati e dare ragione a Dio.

Solo la croce ci abbatte dalla nostra posizione di sicurezza nel peccato e ci fa essere sinceri. Quando, invece di essere giustificato da Cristo, il peccatore vuole giustificare se stesso, inventa tutti i modi per presentare il proprio peccato come qualcosa di bello, di cui non bisogna pentirsi. In fondo è quella vecchia vigliaccheria intellettuale di chi non accetta lo scontro con la verità per non aver bisogno di contrizione.

La via dei santi era totalmente diversa. Come sanno chi “tutti hanno peccato e sono privati della gloria di Dio”, non perdono nemmeno tempo con la cafonice di cercare di evadere dal fatto che siamo tutti nel fango e scambiano l’autogiustificazione con la confessione.

In altre parole, il fatto che io sappia di essere capace di peccati orribili non mi autorizza a presentare tali peccati come se fossero santi e avessero diritto di amnistia nella morale della Chiesa. Dio non voglia che cerchi di pulirmi sporcando la santità della moglie di Gesù Cristo! Peccatore sono io, la Chiesa è santa!

Esiste una prudenza che rende l’anima sottomessa alla fede: prima la fa aprire gli occhi per assicurarsi che qualcosa provenga dalla Divina Rivelazione; poi, una volta garantita l’origine divina, la fa chiudere gli occhi sull’obbedienza della fede, affinché creda a senza riserve e fino alla fine.

L’arroganza rivoluzionaria non permetterà mai all’empio questa sincerità. Cercherà sempre di murare Dio per ammollarlo alle sue passioni, presenterà la sua cecità come la visione suprema e condannerà tutto il resto come regressione. Su questi, Nietzsche aveva ragione quando diceva che “i teologi sono avvocati”.

Concludo con alcune parole che ho letto a San Josemaría: “Se non siamo umili, profondamente umili, è facile deformare la coscienza. Forse nella nostra vita, per debolezza, possiamo comportarci male. Ma dobbiamo avere le idee chiare, la consapevolezza chiara: quello che non possiamo è fare cose cattive e dire che sono sante. Meno umiltà, più gravi sono le conseguenze di questa deformazione. Perché alcuni arrivano a non accontentarsi di questa rassicurazione soggettiva della propria coscienza; ma si sentono araldi di una nuova morale, e diffondono i loro errori con il fervore di una nuova crociata, e trascinano dietro di sé i deboli, che trovano ne sse nuove dottrine la giustificazione delle loro opere torpi, che si sentono così esonerate dal dolore della rettifica, che – per gli umili – è un goccoso dovere” (Lettera 24.03.1931, n. 37).

Fa male riconoscere il peccato, rinunciarlo, rinnegare se stessi, prendere la croce giorno dopo giorno, confessare le proprie iniquità, vedersi come indegni e indigenti, bisognosi della grazia e della misericordia per fare un solo passo. È più facile lodare le proprie ferite e glorificarle con orgoglio, impegnando la fede della Chiesa a proprio vantaggio. Tuttavia, questo non è cristianesimo, per quanto valga un vocabolario teologico.

Tutti i battesimi siamo nella lotta quotidiana per compiacere Dio e siamo fatti di polvere. Qui non ci sono supereroe. Ma non saremo così codardi da invertire i valori e invalidare la nostra salvezza solo per essere accettati da un mondo che non ha accettato Cristo. Questo non lo faremo mai!